La battaglia di una travel blogger amante del cibo

Una travel blogger amante del cibo contro gourmet, tataki e finta artigianalità

La mia passione per i viaggi è sempre andata a pari passo con il mio grande interesse per la cucina. Ecco perché mi definisco una travel blogger amante del cibo. Non potrei mai definirmi una food blogger perché sono molto più brava a mangiare che a cucinare, anche se mi diletto sempre a riprodurre le ricette che incontro durante i miei viaggi.

Oggi però non ti voglio parlare né della cucina italiana, né delle cucine europee, né delle cucine del mondo. Oggi voglio dare libero sfogo ai miei pensieri in merito a quelle che per me sono delle aberrazioni della cucina moderna.

La mia battaglia di travel blogger amante del cibo contro l’abuso del termine gourmet

L'abuso del termine gourmet

Per essere buono un cibo deve per forza essere gourmet?

Come travel blogger amante del cibo viaggio tanto e mangio di conseguenza. C’è una cosa però che mi fa letteralmente venire l’orticaria: l’uso e l’abuso del termine gourmet. Non so se capita solo a me, ma sembra che questo termine compaia ormai in ogni insegna, in ogni menù e in ogni pubblicità di bar e ristoranti. Solo per il fatto di venire associato al termine gourmet un piatto esce improvvisamente dall’anonimato e diventa buonissimo.

Se ho mio malgrado accettato (non condividendola affatto) l’idea della pizza gourmet, fatico tuttora a sentir nominare un hamburger gourmet o più in generale un panino gourmet. Soprattutto quando il termine gourmet viene utilizzato a sproposito.

Il termine “gourmet” nasce originariamente dall’antico francese “groume” che stava ad indicare il garzone in una bottega di vini. Si è poi incrociato con il francese “gourmand” (ovvero “ghiottone”) fino ad arrivare ai giorni nostri ad assumere il significato di buongustaio, e cioè di una persona che sa riconoscere le qualità di un cibo e di un vino. Da qui poi si è diffuso fino ad identificare ristoranti, stili di cucina, portate o ingredienti in cui si dà molta importanza alla materia prima e alle tecniche di preparazione.

Accanto a questa nobile filosofia di qualità, ci sono però gli eccessi e gli abusi. Mi vengono in mente casi in cui per essere chiamata gourmet una pizza deve caricarsi con almeno qualche decina di ingredienti (possibilmente dai nomi esotici). Oppure un panino può essere definito gourmet solo se costa almeno 15 Euro e al suo interno contiene prosciutto Pata Negra, fois gras e perle di ostrica del Mar Baltico.

Invece non funziona così: anche una pizza margherita può essere nella sua semplicità considerata un piatto gourmet. Dipende dalla farina utilizzata, dai metodi di impasto e lievitazione, dalla provenienza della mozzarella e dalla qualità del pomodoro. Gourmet non è sinonimo di abbondanza e ingredienti altisonanti (e costosi), ma di qualità e attenzione.

La mia battaglia contro tataki, tartare e sashimi

Una travel blogger amente del cibo e il tataki di tonno

Tataki di tonno

Da amante dei viaggi e delle differenti culture, non posso non amare tutte le cucine etniche. Il mio piatto preferito in assoluto è il pad thai della cucina thailandese, ma non nascondo di avere un debole per il pesce crudo o poco cotto, come dimostra la mia dipendenza dal ceviche della cucina peruviana.

Quello che però faccio difficoltà a digerire sono le mode. O meglio, l’utilizzo di termini culinari a sproposito solo perché fanno molta tendenza. Questo è proprio il caso del tataki, del sashimi e della tartare.

Il tataki è una tecnica di preparazione del tonno (ma si può applicare anche ad altri tipi di pesce o di carne). La ricetta prevede di scottare brevemente un filetto di tonno precedentemente marinato in aceto e zenzero, passarlo nel sesamo in modo da creare una crosta e servirlo tagliato a fettine. La tartare invece è una preparazione in cui il pesce crudo o la carne cruda vengono tritati finemente con il coltello e conditi con diversi ingredienti a seconda della ricetta. Infine il sashimi è una tecnica con cui si taglia il pesce crudo in fettine da consumare con una salsa (di solito salsa di soia con wasabi).

Detto questo, potrai capire meglio perché mi arrabbio così tanto quando in un menù trovo il tataki di pollo (tutti sappiamo che è pericolosissimo mangiare il pollo crudo!), la tartare di zucchina o il sashimi di carota.

La mia battaglia di travel blogger amante del cibo contro l’artigianalità a tutti i costi

L'artigianalità nell'universo della birra

L’artigianalità nell’universo della birra

L’ultimo moda verso la quale ho deciso di scagliarmi è quella dell’artigianalità. Al giorno d’oggi sembra valere a priori il binomio “buono e artigianale”. Se un prodotto è fatto in modo artigianale allora non ci sono dubbi sulla sua bontà. Ma è davvero sempre così? Io dico di no. Ecco perché parlo di artigianalità a tutti i costi.

Il caso più eclatante che mi viene in mente in questo ambito è quello della birra artigianale. Io sono un’appassionata di birra. Mi piace scoprire nuovi tipi e nuove marche. Qualche anno fa c’è stata una vera e propria proliferazione tra i produttori di birra artigianale. Ne sono nate così tante marche, più o meno famose, più o meno diffuse. Per alcune di queste marche c’è da dire che si tratta davvero di prodotti di alta qualità, in cui viene utilizzata un’acqua particolare,dei lieviti con determinate caratteristiche o dei cereali biologici che che permettono di ottenere una bevanda dalle caratteristiche ben specifiche. Per altre invece non posso dire lo stesso. Sono birre anonime, nate senza uno studio o un principio, sull’onda della moda dell’artigianalità e di un marketing ben studiato.

Lo so che posso sembrare esagerata, ma a volte di fronte un prodotto dalla dubbia artigianalità preferisco un prodotto industriale di alta qualità. L’importante per me è cercare di essere dei consumatori consapevoli di quello che acquistiamo, sia un birra, una spesa al supermercato o una cena al ristorante.

Vuoi conoscere altri orrori culinari? Leggi i miei articoli:
Vivere in Spagna: come ti uccido la pizza
Come ti uccido la cucina italiana tra esagerazione e cruda realtà

13 pensieri su “Una travel blogger amante del cibo contro gourmet, tataki e finta artigianalità

  1. Silvia - The Food Traveler scrive:

    Mi trovi d’accordissimo! A volte basta proprio che anche il posto più triste con i piatti più scadenti metta qualche parola magica tipo “gourmet” per far diventare tutto più buono e più caro. Un po’ come qualche anno fa, quando dappertutto si vedevano menù con piatti di “cucina casalinga” che voleva dire tutto e niente.

  2. Lucy scrive:

    Applaudo! Per quanto mi riguarda, “gourmet” è solo qualcosa che voglio parodiare; i consumatori di pollo crudo meritano un girone dell’inferno apposito; le cose “artigianali uguale eccellenti” le sospetto subito di bufala e le piazzerei in quarantena preventiva, indiscriminatamente.

  3. Giovy Malfiori scrive:

    L’abuso del gourmet a tutti i costi è un qualcosa che non sopporto. Quando una tendenza diventa troppo moda, perde del suo significato e originalità.

  4. Valentina scrive:

    Non sapevo dell’origine della parola “gourmet”, quindi grazie per la spiegazione. Sono pienamente d’accordo con quanto hai scritto. Più di una volta, infatti, ho letto cartelli e menù di piatti gourmet (pizze gourmet principalmente) dove la quantità di ingredienti era davvero abbondante e la qualità di ciascuno, ahimè, scarsa. Soldi sprecati… spesso è molto meglio una semplice, ma gustosa pizza margherita 🙂
    Non avevo mai sentito, per fortuna, del tataki di pollo… ma come si fa a servire pollo crudo?! mah

  5. Maria scrive:

    In effetti non hai i tuoi torti. Il termine “gourmet” ce lo si ritrova ovunque ormai, pure sul volantino del discount, mah. A parte ciò, mi hai fatto venire l’acquolina in bocca per il tataki!

  6. Vittoria scrive:

    Che dire? Ti sottoscrivo. Se pensi ad esempio che una nota catena dì hamburger e patatine americane usa il termine gourmet per alcuni suoi panini in limited Edition capisci che, come diceva un mio ex capo, siamo davvero alla frutta. Concordo anche sul binomio non sempre vero di artigianalitá e bontà. Sai le fregature a fronte di bei soldini spesi…

  7. Claudiaa scrive:

    Mi hai fatto molto ridere con questo tuo post. Mi trovi d’accordo praticamente su tutto! Che poi quando hai mangiato un vero sashimi o una tartare come si deve, tutto il resto puoi chiamarlo pure cosi ma non reggera’ mai il confronto!

  8. Paola scrive:

    Vado contro corrente: a me i panini gourmet piacciono. Sarà che a Torino sono davvero gourmet (noi sabaudi non perdoniamo nessun errore culinario!), ma sono spesso ottimi e comunque sempre interessanti. Quello che odio – e ribadisco ODIO proprio! – sono invece i cibi e le bevande serviti nei barattoli anziché nei piatti.

  9. raffigarofalo scrive:

    Sono assolutamente d’accordo con te. Su tutto. A partire dal termine gourmet che a me fa tornare in mente l’infelice pizza gourmet di Cracco (poteva risparmiarsi quell’obbrobrio) fino alle pessime birre artigianali (alcune) che vengono tanto decantate ma che approfittano del termine artigianale per nascondere la mancanza di studio e competenza di chi le prepara. Vuoi mettere la garanzia di una birra tedesca o belga industrializzata, ma ottima?

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